Tonica Veronica

di Ottavia Marchiori

Cammina. Attraverso l’aria sporca e afosa del pomeriggio di agosto, cercando gli spicchi d’ombra precipitati ai bordi della strada, giù dai balconi, dai cornicioni dei palazzi, lungo il marciapiede che si snoda stretto sotto i suoi passi lenti, incerti. L’asfalto si fonde in riverberi molli, illusioni liquide di oasi urbane. Cammina. E si sente dissolvere, nel calore impietoso che brucia la pelle, una pelle dal candore di latte, lascito genetico da parte di madre, come le ciglia lunghe che nasconde dietro le lenti polarizzate. Le infradito deformate di usura, le fibre sfilacciate dei jeans tagliati sopra il ginocchio, il verde sfinito di una vecchia maglietta che copre le sue spalle infossate. Un cappellino color polvere calcato in testa. Cammina. E quando passa sopra le grate che nascondono i polmoni dei palazzi, la sua figura sbiadita intercetta i loro respiri bollenti e sembra davvero disperdersi in migliaia di atomi, indistinguibile da tutto ciò che è attorno. Incrocia qualche passante, abbassa subito lo sguardo. Come sempre. Arriva alla fine della via, poi svolta a destra. Si ferma sotto il secondo edificio, un condominio anonimo, uguale a decine di altri sparsi lungo il viale, eredità di un boom edilizio che ha deturpato irrimediabilmente il profilo della città, con quei casermoni tirati su alla svelta, a colpi di amianto e piombo. Fa un respiro profondo, pigia sulla pulsantiera che reagisce con un lamento metallico seguito da un Chi è? gracchiato da una voce femminile. Sono io, mamma. Apri. Nell’ombra dell’ingresso il malessere fisico evapora in una sensazione di sollievo e mentre sale le scale il fresco, tra i muri scrostati che lo hanno visto crescere, si mischia all’odore eterno di minestrone stantio e al volume impossibile di un televisore acceso su un talk-show postprandiale. Arriva al secondo piano. La porta dell’appartamento è socchiusa, dietro c’è sua madre in un vecchio smanicato ceruleo, che le mette in mostra la pelle del collo e delle braccia, flaccida e bianchissima, sulla quale la vecchiaia ha fatto fiorire una costellazione di macchie scure come quelle di uno strano animale selvatico. Entra e la segue in cucina dove lei accende il fornello sotto la moka già carica. Tutto bene col nuovo lavoro? gli chiede senza guardarlo negli occhi, con lo stesso tono inquisitorio che usava quando tornava a casa da scuola – lui sente il medesimo disagio di un tempo, l’inquietudine di chi ha sempre qualcosa da nascondere. Sì, mamma. E tutto sommato non mente. Nella ditta di traslochi lo trattano bene, i capi sono sopportabili e i colleghi sono cordiali, ma non di una cordialità di facciata, sono davvero brave persone. Sente quasi affetto da parte loro, non come quando era tra i banchi, alle elementari, alle medie. E poi, ai corsi serali per diventare il geometra che non è mai stato. Spesso si chiede come ci sia riuscito ad arrivarci, in fondo a quegli anni che fanno male solo al pensiero. Quando gli facevano il verso, quando imitavano la sua camminata. Quando lo riempivano di nomignoli, lo insultavano e lui zitto, cosa vuoi rispondere? Incassi e porti a casa. E ti aggrappi alla speranza che un giorno tutto finisca. Se le ricorda tutte, le cose che ha dovuto subire, i rospi inghiottiti che continuano a gracidare, da qualche parte dentro di lui. Come quella volta in terza media, quando alla fine dell’ora di ginnastica lo avevano preso da parte in tre, nei bagni della palestra, mentre gli altri se ne erano già andati per tornare in classe. La saliva rappresa ai bordi della bocca del suo aguzzino, come schiuma di cane rabbioso, a un centimetro dalla sua – lo riesce ancora a sentire, il suo fiato addosso – mentre i suoi complici lo tenevano fermo contro il muro. Quello che gli diceva Ma cos’hai qui sotto? Sei maschio o femmina? E stringeva, stringeva fino a fargli male mentre quegli altri sghignazzavano e lui cercava di divincolarsi. Alla fine lo avevano lasciato lì, accovacciato a terra con una nuova umiliazione con cui fare i conti. Quelle loro attenzioni… Loro non potevano fare a meno di lui, non potevano resistere dal deriderlo, maltrattarlo. Erano ossessionati da lui. E lui, non era altro che il loro oggetto del desiderio. A sua madre non aveva mai detto niente, si era sempre tenuto tutto dentro. Lei era rimasta vedova da giovane, suo padre lui non se lo ricorda nemmeno. Si era rimboccata le maniche, faceva i turni alla fabbrica di conserve, rammendava i panni che le portavano i vicini, lavava le scale del palazzo per due lire. Non ha memoria di sua madre che riposa. Nemmeno adesso, con tutto il peso degli anni addosso, riesce a stare ferma. Fa volontariato alla mensa per i poveri in fondo al quartiere. Ora lui è seduto al tavolo della cucina, davanti a lei. È lì per farle una proposta. Ci pensa da molto. Giorni che sono diventati settimane, poi mesi. Davvero molto tempo. Da quella notte in cui è apparsa Veronica.
Stasera andiamo fuori insieme. Ti porto in un posto. Lei gli sta allungando la tazzina ricolma di caffè, rimane fissa con il braccio teso per più del dovuto. Pensa di non aver capito bene. Cosa stai dicendo, Matteo? In vita loro non è mai successo che siano usciti insieme, la sera. Cos’è questa novità, si chiede Maria. E successo qualcosa? No, mamma. È tutto a posto. Ma ceniamo fuori? Lo sai che costa, prendiamo una pizza qui sotto e la mangiamo in casa, no? Mamma, andiamo fuori dopo cena. È una cosa molto importante, ti devo presentare una persona. Ti passo a prendere alle nove. Ma chi? E poi perché così tardi? Lui si alza, lasciando sospese nella cucina le rimostranze della madre, le dà un bacio in fronte e va verso la porta. Gli sono costate molto, quelle parole. Ma è contento di aver trovato finalmente il coraggio di dirle. È venuto il momento di farle conoscere Veronica. Sua madre lo ha sempre amato di un amore incondizionato, lui spera che lei la accetterà. Maria brontola, accelerando il passo dietro a Matteo che in un attimo è già in fondo al corridoio. Non fare così, mi fai preoccupare! Alle nove, mamma. Lui scende le scale ed esce a farsi aggredire dalla canicola.
Maria siede sul bordo della sedia, quasi fosse rovente. Da quando non esce di sera? Non ricorda. Forse ai primi tempi del fidanzamento, con Luigi. Ma è tanta, troppa vita fa. È inquieta e risentita con suo figlio, per tutto quel mistero, per averla portata fuori, in un luogo e un tempo che non conosce. Ha indossato il suo completo più bello, con la giacca e la gonna coordinate, del colore dei lillà. Vuole fare bella figura con questa persona che deve conoscere. Per arrivare al locale Matteo ha guidato per più di un’ora e non ha detto una parola. È un posto molto elegante, un po’ démodé con tutti quei drappi e le tende di velluto. Ci sono dei tavolini assembrati tutti intorno ad un piccolo palcoscenico e, sulla sinistra, un lungo bancone, dietro al quale una donna fasciata in uno smoking giallo limone sta servendo dei clienti. Maria si lascia sopraffare dall’ansia, suo figlio le ha detto di aspettare lì ed è via da almeno venti minuti. Si guarda intorno, non lo vede. Ci sono molte persone, ridono allegre e hanno l’aria di essere a proprio agio. Lei invece non lo è affatto. Si passa una mano sul bordo della giacca, si sistema un ciuffo di capelli. Vede avvicinarsi una cameriera, altissima e longilinea che le chiede gentile cosa desideri da bere ma lei stringe la borsetta tra le mani e fa no con la testa, è a posto così, grazie. La cameriera sorride cordiale e si muove sinuosa a prendere gli ordini al tavolo vicino. Ha qualcosa di strano, pensa Maria, mentre le guarda la schiena soda che il vestito di lamé fucsia le lascia scoperta. Vorrebbe richiamarla, chiederle di aiutarla a ritrovare suo figlio, come quando da piccolo si era perso nel grande supermercato appena aperto nel quartiere e lei aveva dovuto rivolgersi alla signora dell’altoparlante. Ma ora è lei a sentirsi perduta. Di colpo però le luci si spengono, la gente applaude, la confusione la fa trasalire, non ci è abituata. Un occhio di bue viene puntato sul palcoscenico, il locale si riempie di musica.
Come on girls/You believe in love?/ ‘Cause I’ve got something to sing about it… Da dietro le tende appare una donna, la chioma bionda, voluminosa, dai riccioli perfetti. Il suo corpo è stretto in un vestito rosso geranio, che le esalta la carnagione di luna. A Maria sembra una bambola. Don’t go for second best, baby/Put your love to the test… Si muove sicura, a grandi falcate sui tacchi altissimi. Guarda il pubblico, guarda Maria e sorride nella sua direzione. Lei è imbarazzata, si sistema gli occhiali sul naso, le luci la confondono. Make him express how he feels and maybe/Then you’ll know your love is real… La donna muove le labbra seguendo le parole della canzone, in un playback impeccabile, accentuando le espressioni del volto sotto il trucco appariscente, le sopracciglia sono due archi simmetrici a metà della fronte. You deserve the best in life/So if the time isn’t right then move on… E allora, piano piano, Maria inizia a capire. A vedere. Quella persona, così padrona di sé, del palco, con il faro e gli sguardi delle persone puntati addosso. Express yourself/You’ve got to make him/Express himself/Hey, hey, hey, hey… Nessuno dei presenti sa che in quel momento sta assistendo a qualcosa di importante, nessuno sa che è in atto una rivelazione, un’epifania. Loro pensano solo a divertirsi. Non riconoscerebbero mai quella donna fuori da lì, quando cammina con le spalle ricurve e l’incedere di chi non desidera altro che farsi inghiottire dal suolo sotto i propri piedi. Express yourself. E quando la canzone finisce, la acclamano, Tonica Veronica, Tonica Veronica, ripetono il suo nome, sono venuti apposta a vedere il suo spettacolo e Matteo guarda verso il tavolo dove ha lasciato sua madre, ha paura di non vederla più e invece lei è lì, in piedi, che applaude entusiasta, come tutti gli altri. Applaude Veronica, applaude Matteo. Vorrebbe che Luigi fosse lì con lei. 

Ottavia Marchiori è nata a Broni (PV) nel 1980 e vive a Parma, dove si è laureata in Lingue e Letterature Straniere. Già apparsa su Salmace come illustratrice, ha pubblicato racconti e haiku su raccolte e riviste letterarie (fra le altre Micorrize, Pastrengo, Blam, Il Timoniere).

Mimma Rapicano legge, scrive, disegna. Non sempre in quest’ordine.

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