Tossine

di Beatrice La Tella

Mi dice di chiamarsi Philippe e io gli credo anche se non parla francese. Mia madre si è traferita in Italia da Parigi, ma non mi ha mai insegnato la lingua, afferma la prima sera in cui mi porta fuori. Si ostina a pagare lui, un sushi pessimo che definisce per tutto il tempo sublime. Lo vanta tanto che non mi sento di fargli notare che il pesce è insapore e le salse sembrano acide. Oggi so che anche se gliel’avessi detto mi avrebbe persuasa del contrario e sarei uscita dal locale certa di aver gustato un pasto sopraffino: mangia ogni portata socchiudendo gli occhi e assumendo un’espressione beata, come sponsorizzandola a beneficio di un pubblico invisibile. Finisco per pensare che sono io a non capire la cucina giapponese.
Quella stessa sera mi dice che da tanto tempo non trovava qualcuno con cui aprirsi ma con me ha intenzione di mettersi a nudo perché lo faccio sentire a casa. Per un istante ho la lucidità di trovarlo un po’ affrettato e penso che casa è l’ultima definizione che attribuirei mai a me stessa, ma mi intenerisco, mi dà l’idea di un’immaturità dettata da una sete arsa d’affetto e non dell’ostinazione che hanno alcune persone a rimandare a oltranza la crescita.
Sai mia madre mi è morta davanti agli occhi quando avevo tredici anni, dice a un tratto. Fa una pausa mentre io processo l’informazione. La registro come uno schiaffo improvviso. Si chiamava Cèline, non ne parlo mai, aggiunge mentre la voce gli si sbriciola in bocca. È la stoccata definitiva.
Mi trasferisco da Philippe dopo un mese di frequentazione e in capo a tre cambiamo città. Lui ha ottenuto una parte in una serie tv, una serie grossa e longeva. È come aver conquistato un posto fisso, mentre il mio lavoro potrebbe funzionare anche da remoto e quindi spostarci insieme ci sembra la cosa più sensata da fare. Ho già avuto storie a distanza, credimi, finiscono sempre male e poi tu sei la mia famiglia e dove vado io senza la mia famiglia? dice. Non aveva detto casa? Glielo chiedo, domandandomi quando fossi stata promossa. No, ho sempre detto famiglia.
Oggi so che Cèline sta benissimo e si chiama Michela, che è nata nella provincia ligure e continua a viverci serena insieme al marito.
Philippe sostiene che sono pazza e che sua madre, la bellissima e raffinata Cèline con gli occhi azzurri e i capelli biondi (come poteva essere altrimenti) è morta in un tremendo incidente automobilistico, stringendo la mano del figlio e implorandolo di vivere a pieno la sua vita e di non versare lacrime, and my heart will go on and on. Dice che non ho visto per caso nessuna sua foto appena nato in braccio a una signora dai capelli scuri e che quando ho risposto al suo cellulare mentre lui era sotto la doccia – sullo schermo lampeggiava la voce Mamma – all’altro capo c’era una zia un po’ tocca che lui chiama così per affetto, perché l’ha accudito quando Cèline è scomparsa. Zia Michela ha l’Alzheimer e si è convinta di essere mia madre, mi dispiace dovergli negare questa piccola gioia, lo capisci amore? Non ti ho mai parlato di lei? Ma se te ne ho parlato mille volte! Se non ricordi le cose non è mica colpa mia.
Non gli faccio più domande in merito, rimuovo perfino di aver risposto al telefono.
Quella su Cèline/Michela è una delle bugie più grosse in una galassia di menzogne. Ci fluttuo dentro intorpidita e leggera come un neonato nella placenta. Alcune direttamente collegate a lei – questo anello era di mia madre, lo aveva al dito quando è morta, vorrei che lo portassi tu – altre di nessuna attinenza – ho appena firmato un contratto con Trussardi, sarò il loro nuovo volto – altre ancora, insinuanti – la tua amica Luisa mi guarda in un modo strano, credo che vorrebbe provarci con me, se non ci fossi tu – velate – sai, mi sembra che tu sia troppo legata alla tua famiglia, ti lasci controllare da loro – o palesi – sai, una volta ho sfondato con una moto la finestra di un tale che aveva parlato male di mia madre. Sai per un po’ ho vissuto facendo l’artista di strada, il mio mentore è morto assiderato mentre dormiva accanto a me; Sai una volta ho litigato con DiCaprio perché una fan mi ha chiesto una foto ignorando lui. Conosce l’arte del dosaggio, le inietta a poco a poco, finché quelle a cui è più difficile credere non mi penetrano lo stesso come polveri sottili, inconfutabili, indubitabili.
Sai, se non credi a quello che ti dico vuol dire che non mi meriti.
Sai, se pensi che io ti menta è perché ti senti inferiore a me.
Sai, se mi lasci io metto online tutti i nostri video privati.
Sai, se mi abbandoni io mi taglio le vene e lascio scritto che sei un mostro.
Sai, se te ne vai io ti trovo e ti ammazzo.
Da fuori forse troverei Philippe, o come cazzo si chiama, patetico. Mi sembrerebbe un povero idiota costretto da non so bene quale impulso narcisistico a inventarsi una vita interessante. Si svelerebbe l’uomo minuscolo che è, ma io mi trovo all’esatto opposto di ogni fuori e da qui è solo terrificante.
Se gli cammino davanti non perde occasione di ricordarmi quanto dovrei essere grata all’universo intero che lui abbia scelto me, nella mia insignificanza, mentre tutte le donne che incontra vogliono sempre saltargli addosso, incluse le mie ex amiche. Dice amiche sempre salendo di un’ottava e mimando delle virgolette in aria. Io penso a come ho respinto dalla mia vita ogni persona che non fosse lui e mi conficco le unghie nel palmo delle mani finché il dolore non mi dà qualcos’altro a cui pensare. Talvolta invece rifletto sul fatto che forse sono una stronza e lo erano anche le mie ex amiche e la mia famiglia che chiamo a singhiozzo – telefonate brevissime in cui assicuro che sì, sto bene, smettetela di essere così invadenti, grazie. Mi persuado che Philippe potrebbe essere davvero la magnifica persona dal passato tormentato che dice di essere, un uomo dolente e pieno d’amore. Deve esserlo, altrimenti per cosa avrei buttato via tutti i miei rapporti? Deve esserlo perché non ho nessuno a cui tornare.
Sai, se te ne vai io ti trovo e ti ammazzo.
Mi rendo conto che credere alle minacce di un bugiardo patologico è un controsenso, ma un bagliore nero invade le sue iridi ogni volta che pronuncia questa frase – e succede spesso – così io gli credo. Mi vedo già su ogni telegiornale nazionale accanto alle parole gelosia e femminicidio e accanto alla domanda: perché non se n’è andata? Ma come ha fatto a credergli?
Ogni volta che mi guarda, pronto a una nuova provocazione, io faccio vagare il mio sguardo sulla casa nella speranza di diventare davvero un edificio fatto di travi e mattoni, una cosa inanimata, una casa inanimata. Fisso le finestre e voglio lo spessore trasparente del vetro così da scansare ogni Cosa mi nascondi? Posso essere il telecomando della smart tv, utile solo a dirottare l’attenzione altrove. Posso essere il frigo semivuoto, posso essere una tenda assottigliata dal tempo, una credenza rosa dai tarli, posso essere una crepa, una macchia umida sul muro. Esplorando con gli occhi il continente oltre le sue urla ne trovo una piccola e bellissima vicino al condizionatore in camera da letto, ha la forma di un pesce.
Sai, se te ne vai io ti trovo e ti ammazzo.   
Ogni volta che Philippe scoppia in un finto pianto per la madre morta vivente e mi abbraccia io fisso il pesce. Col tempo lo vedo cambiare forma e densificarsi, la muffa comincia ad affiorare dall’intonaco e farsi più scura. Un giorno Philippe la vede e mi dice che non sono buona neanche a prendermi cura del nostro appartamento, o dovrebbe dire suo? Non c’entra mica lui se ho perso il lavoro ma visto che adesso mi mantiene lui potrei almeno cortesemente evitare che la casa che lui paga vada in malora? Grazie.
Io mi ostino a guardare il pesce, sembra un sarago e mi fa pensare alle immersioni che facevo con mia sorella. Non la sento da più di un mese, l’ultima volta mi ha mandato un messaggio e io ho replicato con un cuoricino. Guardo il pesce di muffa e penso che vorrei essere lui, lì a nuotare sulla parete bianca. Lo guardo per giorni e giorni mentre Philippe mi urla contro e poi piange e mi dice di non abbandonarlo come ha fatto sua madre – la stessa con cui parlava al telefono l’altra mattina mentre credeva che io dormissi – e dopo tossisce sputacchiando e mi stringe troppo forte per pensare che il suo sia calore. Lo fisso per un tempo che non so quantificare.
Mi sveglia un rantolo così acuto da contenere una nota oscena.  Sono le tre di notte e Philippe si aggrappa al mio polso, lo stritola, mentre continua a boccheggiare. Morde l’aria come un affamato, quasi si rompe i denti, ma il suo fiato è corto, troppo corto. Sento che sta soffocando. Sorrido, chiudo gli occhi e mi dilato, mentre le mie spore continuano a secernere tossine. Quando lo sento agonizzare gli prendo la testa tra le mani come per dargli un bacio mentre ogni emanazione del mio corpo convince il suo a morire.
Posso essere una macchia sul muro, una mucillagine letale, posso essere la muffa che cresce sola al buio. Lui mi guarda con gli occhi spalancati e in qualche modo realizza, capisce che sono io ad avvelenarlo. Il mio sorriso si spalanca come una finestra.
Lascio ricadere quella sua testa di cazzo sul cuscino e sento il suo respiro ritrovare un po’ di sollievo. Continua a guardarmi terrorizzato. Mentre tossisce e annaspa io mi vesto, con lentezza, mi prendo tutto il tempo di questo mondo, sono la modella della pubblicità di un profumo che cammina al rallentatore, solo che il mio profumo è guasto, la fragranza che vendo sa di putrefazione. Poi afferro il trolley nascosto sotto il letto, riempito da settimane. Ci butto dentro le ultime cose e chiudo la cerniera.
Mi volto a guardarlo di nuovo solo quando sono sulla porta. Adesso è seduto ma non pronuncia una parola, si tiene una mano sulla gola e cerca contemporaneamente di metabolizzare quello che gli è appena accaduto e di filtrare i miei veleni. Scorgo quel bagliore nero nei suoi occhi, so che adesso mi ucciderebbe davvero, ma capisco che per la prima volta anche lui lo scorge nei miei.
Me ne vado, gli dico. Poi pronuncio il mio giuramento: sai, se mi cerchi io ti ammazzo.
Mi chiudo la porta alle spalle e lo lascio solo dentro la sua casa marcia, che non sono mai stata io.

Beatrice La Tella è nata a Messina nel 1990. Laureata in Filosofia Contemporanea, ha frequentato il master in editoria della Scuola del Libro a Roma. Ha pubblicato saggi nelle collettanee L’immagine carnefice (Cronopio 2017) e La forma cinematografica del reale (Palermo University Press 2020). Suoi racconti si trovano su Altri Animali, SPLIT e Marvin. Vive a Roma ma sente spesso nostalgia dello Stretto.

Paolo Ferrante, classe 1984, è un artista visivo di Lecce. Si laurea nel 2010 all’Accademia di Belle Arti e pubblica il suo primo libro illustrato Tegumenta nel 2013. Collabora con varie case editrici e associazioni culturali. Nel 2020 ha realizzato la copertina di Illustrati per Logos Edizioni, a tema Pandemia. I suoi lavori sono consultabili al profilo Instagram @ever.trip.

Crea il tuo sito web con WordPress.com
Crea il tuo sito