Padre Pio

di Giuseppe Tursi

Cesarina si svegliava ogni mattina cinque minuti prima del suono della sveglia, che però continuava a lasciare impostata alle sei. Si vestiva, ascoltava le notizie del giorno alla radio, faceva una frugale colazione con tè e biscotti – tre per l’esattezza – e poi usciva di casa. Aspettava la corriera in piedi sotto la pensilina. In una mano impugnava la borsa in pelle, nell’altra il biglietto. Uno alla volta arrivavano i primi ragazzi diretti a scuola, che la mattina attendevano l’autobus con lei. Ormai, di viso, li conosceva tutti.
Il 90 giungeva alle sei e trentacinque con i soliti cinque minuti di ritardo. L’autista, un po’ assonnato, con gli auricolari alle orecchie, salutava Cesarina, che ricambiava con un sorriso che le increspava il viso e metteva in mostra la dentatura perfetta in ceramica. Dopo venti minuti, l’anziana donna scendeva di fronte al parcheggio ancora vuoto del cimitero e attendeva lì l’apertura dei cancelli. 
La lapide di suo marito si trovava nella parte est del camposanto, vicino a un ragazzo coi capelli spettinati e a una donna morta all’età di quarantotto anni, lineamenti decisi e occhi che irradiavano un senso di pace e rivelavano un animo che doveva essere stato combattivo. Quegli stessi occhi Cesarina li aveva rivisti in una ragazza che due volte a settimana sostava davanti alla tomba. Rimanevano a pregare fianco a fianco, ognuna con lo sguardo rivolto verso il proprio defunto. La ragazza, dopo essersi asciugata le lacrime, le rivolgeva un saluto cordiale e se ne andava con le spalle curve, come se volesse contenere, in qualche modo, tutto il dolore che le gravava addosso. Cesarina cambiava l’acqua dei fiori, poi con un panno bianco che portava sempre nella borsa puliva la lastra in marmo. Ripassava con attenzione le lettere in rilievo color oro del nome Pasquale Gallo. E infine baciava la foto di suo marito. Ricordava ancora il momento esatto di quello scatto, era un giorno nuvoloso di cinque anni prima. Lei e Pasquale avevano deciso di visitare San Marino. Cesarina era riuscita a catturare il volto del consorte sulle gradinate della Basilica, nell’istante preciso in cui un raggio di luce gli illuminava il viso sorridente. Cesarina pensò che quel fascio di luce fosse stata opera di un angelo di passaggio.
La donna rimaneva a pregare per circa un’ora, con le mani giunte al petto e la testa china verso il basso. Terminata l’orazione, tornava a casa.
Dopo mangiato, non aveva molto da fare. Chiamava suo figlio, che non aveva mai tempo per parlare con lei a causa di qualche riunione a cui doveva prendere parte. Guardava un programma di cucina. Un pisolino di non più di dieci minuti. Poi, per il resto del pomeriggio, rimaneva a contemplare le foto appese alle pareti di casa sua, immergendosi in ricordi che le facevano contrarre lo stomaco e inumidire gli occhi. 
La fotografia era da sempre la passione di Cesarina. Aveva immortalato in bianco e nero tutti gli istanti rilevanti della sua vita, che con il passare degli anni erano andati a costituire l’arredamento principale del suo appartamento. Nella sala c’erano tutte le istantanee che ritraevano suo figlio, dalla nascita fino alla laurea in Ingegneria. Come ultima, il giorno della partenza per la Germania. Quanto avevano pianto quel giorno lei e Pasquale. Nel corridoio e nella camera matrimoniale, invece, c’erano le foto con suo marito nei primi anni di fidanzamento, la festa del loro matrimonio, fino a qualche giorno prima della morte di lui, portato via in breve tempo da un tumore incurabile.
Le riaffioravano alla mente i bei momenti passati con la sua famiglia. Le gite in Toscana, in Sicilia e in Puglia, le prime volte all’estero, Berlino, Lubiana, Londra. Ogni giorno ricordava dei particolari differenti. Qualcosa che prima era stato seppellito nella memoria, ma che tornava a farle compagnia.
Alle diciotto aveva il suo appuntamento giornaliero con il rosario. Ascoltava la messa in televisione trasmessa da un’emittente locale. Alle venti, dopo aver mangiato, leggeva qualche passo del Vangelo e andava a coricarsi.

C’erano giorni in cui il dolore per la scomparsa del marito era talmente grande che Cesarina passava l’intera giornata con il rosario in mano, e pregava. Era l’unico modo che conosceva per trovare un po’ di serenità interiore e lenire così il suo tormento. Fu proprio in una di quelle sere in cui i ricordi la opprimevano togliendole l’aria, che notò qualcosa di diverso nella parete della camera da letto. Strizzò gli occhi per mettere a fuoco l’immagine. L’abat-jour emetteva una luce fioca, giallognola, che illuminava debolmente la stanza. Quindi si alzò e accese il lampadario. Si avvicinò a uno dei quadri posti di fronte al letto e vide che la foto all’interno era quasi del tutto sbiadita. Cesarina rimase sconcertata. Si strofinò gli occhi, ma il risultato non cambiava. Controllò le altre cornici della stanza, del corridoio e della sala. Constatò che avevano subito la stessa sorte. Preoccupata e spaventata, passò la notte sul divano con la televisione accesa e le braccia giunte in preghiera. Sulle ginocchia, la foto di Padre Pio.
Nei giorni seguenti le cose non migliorarono. Cesarina, la mattina, quando tornava dal cimitero, guardava una per una tutte le foto. Oramai quelle in sala erano svanite. 
L’anziana signora cercava di ricordarsi cosa ci fosse stato sotto quello strato di bianco, ma non ci riusciva. Spesso rimaneva sul divano a contemplare le pareti scordandosi anche di mangiare. Come se non bastasse, tutti i giorni – non sapeva più da quanto – le arrivavano strane telefonate da un uomo che le faceva sempre le stesse domande. Cesarina rispondeva con diffidenza. Alla domanda come stai, rispondeva va tutto bene, e riattaccava il telefono. 
Una mattina Cesarina si destò col consueto anticipo sulla sveglia. Le tapparelle calate facevano filtrare debolmente la luce del sole. Con uno sforzo la donna si mise una vestaglia addosso. Le gambe secche e smagrite facevano fatica a sopportare il peso del corpo rachitico, quindi, ondeggiando a ogni passo, attraversò il corridoio. Cesarina non sapeva quantificare il tempo passato dall’ultima volta che si era alzata dal letto. Vagava per casa in cerca di qualcosa. Osservava quelle pareti bianche e le cornici vuote come se fosse stata proiettata lì da un altro pianeta. Tremava, impaurita. Poi, finalmente, la vide sul divano. L’unica foto che non l’aveva abbandonata. L’unica che era rimasta al suo fianco. Padre Pio la osservava con occhi misericordiosi. La donna prese il santino e lo strinse forte al petto. Con passo lento, cadenzato, lasciando una striscia di urina sul pavimento, tornò al suo letto. Si accoccolò tra le coperte maleodoranti, chiuse gli occhi e pregò.

Un uomo aprì la porta. Aveva suonato un paio di volte senza ricevere risposta. L’aria all’interno dell’appartamento era irrespirabile. Appoggiò le valigie nel mezzo dell’ingresso e contemplò per qualche istante le foto che lo ritraevano da giovane. Posò il souvenir che aveva portato da Dresda sulla valigia. Percorse il corridoio osservando le immagini dei suoi genitori. Poi chiamò ad alta voce. Entrò nella camera da letto. La vide, raggomitolata su sé stessa. La chiamò ancora una volta, e poi un’altra. Si avvicinò al corpo smunto della donna.
Cesarina aprì gli occhi con fatica e guardò la sagoma.
Mamma, cos’è successo, come stai?
Va tutto bene, gemette la donna. Prese la foto di Padre Pio, se la portò alle labbra, richiuse gli occhi e la baciò.

Giuseppe Tursi è nato nel 1988 a Bari ma è cresciuto a Bologna. Nella vita fa l’operaio, coltivando la passione per la lettura e la scrittura. Ha pubblicato racconti sulle riviste Blam e Pastrengo, e collabora con il sito Thrillernord.it.

Davide Massarin nasce a Roma nel 1992. All’età di 4 anni inizia a disegnare e non smette più. Ora è grafico, illustratore, concept artist, pixel artist, prop maker, dungeon fighter.

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